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Le imprese

Schede primarie

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6.      Il design dei prodotti

 

Il design ha un ruolo fondamentale per lo sviluppo di prodotti che rispecchino il più possibile i principi dell’economia circolare. Durante la fase di concezione, progettazione e sviluppo, vengono prese decisioni che possono incidere in modo significativo sulla sostenibilità o meno del prodotto durante il proprio ciclo di vita.

Pertanto è necessario che in fase di concezione e progettazione siano condotte opportune valutazioni preliminari configurando possibili scenari di mercato al fine di valutare i requisiti di sostenibilità ambientale e di sostenibilità economica.

Lo sviluppo di un nuovo prodotto deve avvenire seguendo i principi dell’ecodesign e attraverso l’impiego di strumenti che permettono di valutarne i diversi impatti ambientali.

I materiali: razionalizzare l’uso delle risorse materiche (efficienza nell’uso dei materiali), cercando di sostituire materiali non rinnovabili con materiali rinnovabili, riciclati, riciclati permanenti, biodegradabili e compostabili. Valorizzare le risorse a livello territoriale o di prossimità per ridurre gli impatti ambientali del trasporto e creare un’identità locale del prodotto.

La necessità è di “creare” nuovi materiali che contemplino al meglio sostenibilità e circolarità. E’ essenziale la conoscenza delle caratteristiche ambientali e sociali dei materiali per evitare di perseguire scelte di progetto che non favoriscono la circolarità delle risorse.

I processi produttivi: ridurre al minimo la produzione di scarti di lavorazione o fare in modo che questi siano gestiti come sottoprodotti. I processi di simbiosi industriale sono un’ottima soluzione per valorizzare gli scarti dei processi produttivi riducendo i costi di processo e arrivando a ottenere ricavi dalla vendita. Utilizzare approvvigionamenti energetici da fonte rinnovabile.

La disassemblabilità: permettere più agevolmente la smontabilità delle diverse componenti di un prodotto in relazione anche alle tipologie di materiali impiegati.

La riciclabilità: favorire il recupero e riciclo dei componenti e relativi materiali, evitando in questo modo di avere sotto assiemi di componenti multimaterici che non posso essere riciclati.

La modularità: favorire la progettazione di prodotti seguendo il principio della modularità per permettere la sostituzione delle parti, il recupero e riuso di assiemi e sottoassiemi.

La riparabilità e la manutenzione: permettere la sostituzione delle parti tecnologicamente obsolete o danneggiate e favorire una manutenzione che permetta l’allungamento del ciclo di vita del prodotto stesso.

La sostituzione delle sostanze pericolose: cercare soluzioni materiche che non contengono sostanze pericolose per rendere più facilmente riciclabili i prodotti, prendendo anche a riferimento la normativa europea sulle sostanze chimiche.

Il riutilizzo: permettere un reimpiego del prodotto per la stessa funzione anche a seguito di eventuale manutenzione.

La raccolta: fase fondamentale per la chiusura del cerchio e per permettere ad un prodotto o a parte di esso di essere avviato ad una fase di manutenzione, riuso o riciclo.

La rigenerazione: permettere che le parti funzionanti e riutilizzabili di un prodotto usato possano essere reimpiegate in uno nuovo prodotto.

La qualità del riciclo: evitare che durante il processo di riciclo ci sia un’alterazione delle caratteristiche dei materiali tali da non consentirne un nuovo utilizzo. Una riduzione della qualità del materiale porta inevitabilmente ad un minore valore economico dello stesso.

Produrre solo quello che si può “ricircolare”: nel nuovo paradigma non si generano più rifiuti che non possono essere riciclati o residui che non possano essere riutilizzati in altri cicli produttivi.

Grafico 12 – Il processo di design per lo sviluppo di prodotti circolari

 

7.     Nuovi modelli di impresa

 

Perseguire i principi dell’economia circolare rappresenta un’opportunità per creare nuovi modelli di impresa. Per valutare le possibili soluzioni percorribili è necessario passare da una logica di approccio lineare ad uno circolare mettendo talvolta in discussione i modelli di business sino ad oggi perseguiti e confrontandosi con le nuove richieste di mercato.

Sono cinque i principali modelli di riferimento dell’economia circolare, che a loro volta possono essere declinati in ulteriori attività di business.

Forniture o acquisti circolari

La capacità di provvedere a forniture di risorse totalmente da fonte rinnovabili, da riuso e da materiali riciclati, riciclabili o biodegradabili e che si basano a loro volta su filiere di produzione circolari per gli aspetti di produzione e consumo.

Questo modello permette di spingere la domanda di mercato verso un minor impiego di risorse non rinnovabili e talvolta scarse, oltre a ridurre le quantità di rifiuti e rimuovere inefficienze di sistema. È un modello che vede ad oggi già delle premialità per le forniture alle Pubbliche Amministrazioni grazie agli appalti pubblici verdi (GPP) e i Criteri Ambientali Minimi (CAM) introdotti per alcuni comparti merceologi.

 

Recupero, riuso e riciclo delle risorse

Questo modello si basa sulla capacità di un’azienda di ritirare il proprio prodotto giunto alla fine di un ciclo di vita, per reimpiegarlo nuovamente. Il reimpiego può essere di alcune componenti o dell’intero prodotto a seguito anche di una fase di manutenzione (se necessaria). Questo è un modello di business che promuove il ritorno dei flussi di risorse e trasforma i potenziali rifiuti in valore anche attraverso servizi innovativi di riuso e/o riciclo.

 

Allungamento della durata del prodotto

Questo modello di business si basa sulla commercializzazione di prodotti pensati per durare a lungo nel tempo. La fase di progettazione del prodotto, anche applicando i principi della modularità, è fondamentale per prevedere e facilitare interventi di manutenzione e sostituzione dei componenti, aggiornamento delle funzioni e in alcuni casi di restyling estetico.

Diversi casi di imprese a livello internazionale hanno dimostrano come questo modello, applicato ad alcune tipologie di prodotti, sia apprezzato dal mercato perché offre anche la possibilità di servizi aggiuntivi gratuiti come la manutenzione/aggiornamento in fase d’uso o la sostituzione del prodotto danneggiato.

 

Piattaforme di condivisione

Grazie ad una digitalizzazione sempre più avanzata, negli ultimi anni si sono moltiplicate le piattaforme di collaborazione tra gli utenti per gruppi di prodotti, prodotti specifici o proposte di idee. Una condivisione che vede la partecipazione attiva di individui privati, pubblici, organizzazioni e imprese, che creano valore anche attraverso la diffusione di informazioni.

 

Il prodotto diventa un servizio

Modello di business che negli ultimi anni è stato adottato per auto, apparecchi IT, musica e film in streaming, attrezzature sportive e che sta prendendo piede anche in altri comparti come abbigliamento, arredamento, oggettistica, giocattoli e imballaggi. Con questo modello i prodotti non vengono acquistati ma utilizzati da uno o più utenti attraverso un contratto tipo “pay-per-use”.

Grafico 13 – Approccio circolare per lo sviluppo di prodotti e servizi

BOX 7

Industria 4.0

 

La quarta rivoluzione industriale, cosiddetta “Industria 4.0”, grazie alla diffusione delle tecnologie digitali, sta trasformando profondamente il comparto industriale e i meccanismi attraverso cui ha storicamente prodotto valore, innovazione, occupazione e benessere. Grazie all'accresciuta capacità di interconnettere e far cooperare le risorse produttive (asset fisici, persone e informazioni, sia all’interno della fabbrica sia lungo la catena del valore), le tecnologie digitali non solo possono aumentare competitività ed efficienza, ma fanno da leva all’introduzione di nuovi modelli di business, fino a superare la tradizionale distinzione tra prodotto, processo produttivo e servizio.

La digitalizzazione sarà un fattore abilitante anche per la transizione verso il modello di economia circolare. La connessione dei prodotti e delle fabbriche, della catena del valore e degli utenti consentirà di progettare il ciclo di fabbricazione del prodotto assieme a quello del suo utilizzo e del suo riutilizzo in una logica di sostenibilità ambientale ed economica. A livello aziendale, sarà possibile ottimizzare il consumo di risorse, ridurre gli sprechi energetici e gli scarti generati nel processo di produzione, la gestione del magazzino sarà resa più efficiente  collegando richieste provenienti dalla produzione e approvvigionamento.  L’impatto si estende oltre la dimensione aziendale. Riguarderà l’intero sistema produttivo, andando ad abilitare la progettazione e la gestione di filiere integrate di produzione e de-produzione, rendendo possibile anche la simbiosi industriale.

 

8.      La simbiosi industriale per l’ottimizzazione dei processi produttivi e la riduzione dei rifiuti

 

L’economia circolare presuppone azioni lungo tutto il ciclo di vita dei materiali finalizzate alla chiusura dei cicli e all’efficienza delle risorse. Non è più soltanto “economia del riciclo”, ma l’attenzione è su tutta la catena del valore che coinvolge una pluralità di attori pubblici e privati e stimola processi virtuosi di cooperazione e nuovi modelli di business. La simbiosi industriale (o metabolismo industriale) coinvolge industrie tradizionalmente separate con un approccio integrato finalizzato a promuovere vantaggi competitivi attraverso lo scambio di materia, energia, acqua e/o sottoprodotti (M.R. Chertow, “Industrial Symbiosis: Literature and Taxonomy“, Annual Review of Energy and Environment 2000). La simbiosi si pone come strumento di eco-innovazione di sistema per l’uso efficiente delle risorse e coinvolge aziende dissimili attraverso la creazione di reti di condivisione di risorse anche grazie ad opportune piattaforme di incontro domanda/offerta. I benefici sono economici, ambientali e sociali per tutto il territorio coinvolto.

BOX 8

La bioeconomia

 

La bioeconomia, ovvero il sistema socio-economico che comprende e interconnette quelle attività economiche che utilizzano bio-risorse rinnovabili del suolo e del mare per produrre cibo, materiali ed energia, rappresenta una declinazione fondamentale dell’economia circolare, in quanto, oltre a basarsi su risorse rinnovabili, alimenta il “ciclo biologico” ovvero il recupero e la valorizzazione energetica degli scarti organici dei processi di produzione e/o dei rifiuti. Su questa linea, il 20 aprile 2017, è stata presentata pubblicamente la Strategia Nazionale sulla Bioeconomia, finalizzata alla convergenza delle azioni sul tema intraprese dalle diverse amministrazioni centrali e territoriali, nonché alla partecipazione attiva del Paese alla revisione della Strategia Europea.

L’aumento demografico a livello globale, il cambiamento climatico e la riduzione della capacità di resilienza degli ecosistemi esigono infatti un aumento dell’uso di risorse biologiche rinnovabili, in primis per una produzione primaria più sostenibile e sistemi di trasformazione più efficienti per la produzione di alimenti, fibre e altri prodotti a base biologica con un minor utilizzo di fattori produttivi, minor produzione di rifiuti e di emissioni di gas serra, e conseguenti benefici per la salute umana e l’ambiente. La valorizzazione dei rifiuti organici provenienti dall’agricoltura, dalle foreste, dalle città e dall’industria (in particolare quella agroalimentare) completa l’azione garantendo alla bioeconomia un ruolo chiave nell’ambito dell’economia circolare.

La bioeconomia utilizza anche ed in gran parte materie vergini (vedi le bioplastiche) ovvero colture dedicate anziché residui di produzione e rifiuti biodegradabili. Al fine di aumentare la circolarità e ridurre al massimo gli impatti è opportuno che anche la bioeconomia in futuro cerchi il più possibile di sostituire le materie prime con residui di produzione e rifiuti.

Al fine di rispettare pienamente la gerarchia dei rifiuti e la massima sostenibilità ambientale gli scarti legnosi (da rifiuti urbani, parchi e giardini) dovrebbero essere principalmente utilizzati per la produzione di ammendante che possa tornare ad arricchire i suoli dei nutrienti e della sostanza organica persi anziché utilizzati a fini energetici.

E’ necessario dunque perseguire una transizione economica, integrando la bioeconomia e i modelli di economia circolare, all’interno di una visione in cui la produzione e l’uso di biorisorse rinnovabili, oltre che la loro conversione in prodotti ad alto valore aggiunto, faccia parte di un sistema produttivo che renda le attività economiche più redditizie e sostenibili nel lungo periodo.

Un esempio a tal proposito è costituito dal processo di recupero energetico (digestione anaerobica) che viene anteposto al recupero di materia (compostaggio per la produzione di ammendanti) nel settore del trattamento dei residui/rifiuti/scarti/sottoprodotti organici al fine di estrarne innanzitutto il potenziale contenuto in termini di fonti rinnovabili (es. biogas e biometano), grazie agli incentivi in campo energetico, per essere solo successivamente gestito (compostato) al fine di valorizzarne il suo contenuto fertilizzante

 

 

9.      Verso nuovi modelli di “Responsabilità”

La responsabilità estesa del produttore (o EPR -Extended Producer Responsibility) è una strategia di tutela ambientale adottata a livello comunitario, per favorire la raccolta, il recupero e il riciclo di alcune tipologie di prodotti, attraverso la responsabilizzazione di coloro che sullo specifico prodotto sviluppano un business aziendale. Il principio di base è per l’appunto l’estensione della responsabilità del produttore del bene (in aggiunta alle responsabilità di progettare e costruire secondo le norme vigenti, di vendere nel rispetto della concorrenza, di garantire idonea manutenzione), a farsi anche carico del prodotto una volta che questo è giunto a fine vita, con l’obbligo di raggiungere determinate percentuali di recupero e riciclo dei materiali presenti.

 

Per assolvere a questa responsabilità e raggiungere gli obiettivi richiesti dalla legge, la maggior parte dei produttori ha preferito costituire dei “consorzi” per favorire le operazioni di recupero e riciclo dei materiali.

 

La finalità dell’EPR è anche quella di spingere i produttori ad applicare strategie di ecodesign durante la fase di progettazione del prodotto per prevenire la formazione del rifiuto e favorire il riciclo e il reinserimento dei materiali nei mercati di sbocco. Per questo motivo deve essere molto chiaro “chi è” il soggetto “responsabile” a cui spetta la gestione del prodotto giunto a fine vita, per evitare che l’EPR diventi modello di business partecipato da più soggetti con interessi differenti che possono incidere sull’efficacia del raggiungimento degli obiettivi finali, sia in termini di recupero dei materici che economici.

 

L’introduzione della EPR ha, senza dubbio,  permesso di raggiungere risultati in termini di recupero e riciclo dei materiali per diverse tipologie di prodotti giunti a fine vita, evidenziando però zone di luci e di ombre.

Ad esempio l’intercettazione del prodotto giunto a fine vita, che diventa rifiuto, è uno degli aspetti in ombra, in quanto il possessore del bene (il consumatore), non sempre conferisce in modo adeguato il proprio rifiuto secondo quanto indicato dalla legge o ne permette la raccolta per via di acquisti in nero che provocano conseguenti manovre di occultamento del prodotto a fine vita: consumatore chiamato, direttamente o indirettamente, a farsi carico economicamente dei costi di gestione. Sarebbe riduttivo limitare la EPR solamente alla parte finanziaria escludendo la parte organizzativa e gestionale. Dalla responsabilità finanziaria discende la responsabilità organizzativa e viceversa.

 

Il consumatore ad oggi è parte attiva della EPR per quanto riguarda la responsabilità finanziaria e di conferimento del rifiuto, ma è parte passiva dei benefici economici che ne derivano o ne potrebbero derivare.

La necessità è di rivedere le regole introdotte per far fronte ad una situazione di emergenza e trasformarle in regole stabili per far fronte a opportunità da cogliere. Il rischio da evitare è lo stagnarsi di sistemi di gestione che facciano delle emergenze un business permanente.

I sistemi attuali devono essere “misurati” secondo i principi dell’economia circolare e cioè attraverso una valutazione di sostenibilità economica e ambientale.

L’economia circolare è una forma di “economia” che mette al centro non tanto la proprietà e il prodotto in quanto tale, ma la sua funzione e il suo utilizzo con l’acquisizione di un vantaggio competitivo in termini di valorizzazione delle risorse naturali.

Ad esempio le nuove forme di vendita di servizi anziché di prodotti dimostrano che avviene una riduzione della produzione di rifiuti nella fase post-consumo.

 

Devono pertanto essere sostenute ed incentivate sia formule commerciali di leasing, e affitto, sia formule di riuso, restituzione e cauzione.

 

E’ necessario e opportuno rivedere le regole per prevedere nuovi modelli di EPR e modelli di responsabilità del consumatore (ECR o Extended Consumer Responsibility) o addirittura della collettività. Nel primo caso si tratta di istituire di nuovi schemi per nuovi flussi di rifiuti o sistemi di restituzione di rifiuti prodotti dal consumatore a gestori diversi dai sistemi di gestione comunale. Occorrerà valutare e misurare gli effetti di tali sistemi sulla sostenibilità economica del sistema di gestione comunale e sulle ripercussioni per la tariffa del servizio rifiuti pagata dai cittadini.

In merito alla responsabilità dei consumatori è necessario coinvolgerli in maniera più attiva sulla gestione dei prodotti prima che questi diventino rifiuti, come ad esempio favorire il mercato del riuso o il conferimento dei prodotti a gestori privati in cambio di un contributo economico. Questo può e deve avvenire sia in forma singola che in forma aggregata.

 

E' opportuno introdurre una responsabilità collettiva per alcune filiere come quella dei rifiuti organici che al momento non gode di alcun incentivo o corrispettivo e costituisce un costo per il sistema di gestione dei rifiuti e per i cittadini.

 

Sviluppare nuove forme di responsabilità è una necessità e opportunità per il sistema Italia, soprattutto per quelle tipologie di prodotti non ancora soggette a EPR, e cui il nostro paese è leader a livello mondiale per la qualità della manifattura e dei materiali impiegati. E’ anche opportuno evidenziare che in assenza di una cultura del feedback e dei controlli regolari e frequenti,  raggiungere un modello efficiente ed efficace di economia circolare diventa una ambizione utopistica. Senza controlli regolari e professionali, anche eventuali azioni di incentivi perdono di efficacia.

E’ essenziale che il principio dell’EPR non sia perseguito in forma “monolitica” ma deve essere lasciata la possibilità ai soggetti “responsabili” di dar vita a sistemi diversi in competizione tra loro istituendo, se è il caso, un’Authority di controllo. In questo modo è possibile garantire un continuo miglioramento dell’efficienza, dell’efficacia e della qualità dei servizi e quindi dei risultati in termini di circolarità.